LUIGI GAY
LE SUE ORIGINI, LA NASCITA DELL’ARTISTA, LA CARRIERA
E LA SUA ANIMA DI ETERNO FANCIULLO
Le sue origini
Il pittore Luigi Gay nacque a Moriago della Battaglia (TV) nel 1904, dove visse fino all’adolescenza; fu costretto ad emigrare nelle Alpi francesi in cerca di lavoro, ritornò in Veneto per frequentare gli studi accademici a Venezia, infine si stabilì a Trento dal 1956, città in cui visse con la moglie Bruna e i due figli Maria Grazia e Andrea, sino alla sua morte, che avvenne nel 1980 a Treviso, dopo una vita dedicata alla pittura ed all’insegnamento dell’arte.
Luigi Gay, ultimo di sette figli di una famiglia di origini contadine vissuta a cavallo tra la fine dell’ottocento e del novecento, visse la sua infanzia e adolescenza nella pianura trevigiana, sulle “amate” sponde del “quartiere del Piave”, quella lingua di terra bagnata dal fiume Piave dove le uniche risorse furono l’agricoltura con la coltivazione dei campi.
I ricordi della sua infanzia, che lui amava raccontare, erano quelli del contadino, dove il lavoro quotidiano era principalmente a fianco del padre, nei campi coi buoi e l’aratro a cogliere il frumento, costruire le balle di fieno e trasportarlo col carretto spinto dai cavalli sino alla stalla paterna; in falegnameria coi fratelli maggiori nell’inchiodare telai di porte e mobili, lavori umili, di fatica. Alla sera, tutta la famiglia si radunava in cucina accanto al focolare, un piatto di polenta e latte per cena, il resto della serata si concludeva nella stalla, riscaldati dai buoi e dalle mucche, ad ascoltare in silenzio i discorsi dei fratelli più grandi e dei genitori.
A chi gli chiedeva le sue origini, Gay, rispondeva con i ricordi della vita contadina, le difficoltà del tempo in cui era vissuto, l’emigrazione dei primi del novecento che colpì l’intera pianura veneta, il miraggio del lavoro nell’industria ferroviaria francese, il tempo trascorso sulle Alpi Francesi, gli stenti e le condizioni di vita di un manovale emigrante che operava nella posa delle rotaie del treno, che si alzava alle quattro di mattina e ritornava in alloggio alle dieci di sera, stanco, affamato e afflitto nel cuore e nell’animo per la profonda nostalgia della sua terra, delle sue origini e non ultima, dell’arte.
Luigi Gay, emigrante, si preparava ad affrontare le difficoltà economiche ed umane che dovette subire negli anni a seguire, per apprendere le basi fondamentali dell’arte pittorica all’Accademia di Belle Arti di Venezia, svilupparle e tradurle in opere d’arte frequentando i salotti nobili della città d’arte, lasciando così la vita contadina della pianura trevigiana.
La valle dei Mocheni: in ritiro a Sant’Orsola Terme per ritemprare il corpo e lo spirito.
La famiglia Gai, per oltre quindici anni, soggiornò all’Hotel Terme di S.Orsola, in Valle dei Mocheni.
L’Hotel, gestito dalla famiglia Marchel, è stato un punto di riferimento nelle torride estati trentine per Luigi Gay e la sua famiglia, tant’è che in mezzo a quei monti il pittore si rigenerava, la moglie ed i figli si godevano le vacanze.
Nella struttura ricettiva egli ricoprì il ruolo di cliente e amico, circondato dall’affetto e stima dei proprietari, la famiglia Gai si sentiva a casa propria lassù, in mezzo ai monti dove scorre il torrente Fersina.
La valle dei Mocheni, per l’animo artistico di Gay, fu fucina di idee e applicazione d’arte, sia col carboncino che con i dipinti ad olio.
Il pittore, sin dal primo anno, si sentì affascinato da quei luoghi incantevoli, incontrando i contadini di montagna e cercando il contatto umano; all’inizio fece parecchia fatica nel farsi amico, negli anni successivi, riuscì nell’intento.
Questo gli permise di conoscere da vicino gli scorci delle baite nascoste, di disegnare col carboncino i volti dei montanari, i risvolti antichi delle loro usanze e trasferirli su tela.
Lui amava camminare lungo le strade sterrate, sedersi su di una pietra e ammirare le baite, le decorazioni dei manufatti in legno, le fontane ricavate dai tronchi, gli arnesi del lavoro contadino di montagna, le gerle, i rastrelli, le balle di fieno, i volti segnati ed intrisi di rughe dovute alla fatica del tempo, i fazzoletti arrotolati sui capelli delle contadine, i carretti, le mucche: segni precisi e caratteristici di un mondo di cui egli fu parte integrante.
Il lavoro di anni di studio pittorico sulle caratteristiche antropologiche della valle dei Mocheni, produsse una serie di disegni a carboncino, che valutati come studio sociologico, fu inserito nel programma di tecnica di laboratorio e dato in stampa alla Scuola Professionale degli Artigianelli di Trento, che produsse un calendario con le fedeli riproduzioni dei disegni di Gay.
Il calendario ebbe vasta eco nei quotidiani locali e riscosse un giusto successo.
Mai Gay si dimenticò di quella vallata, dell’amicizia con la famiglia Marchel, tanto che ci passò la sua ultima estate per rigenerarsi dalla prima operazione.
Un aneddoto che la Sig.ra Lina, figlia dell’allora proprietario, raccontò negli anni successivi fu il seguente: <
I figli di Gay, li ricordano con piacere, quei posti immersi nel verde di una natura viva, perché sono pieni di ricordi affettuosi e di piacevoli incontri.
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